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Napoli : Arti e mestieri
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ILTROVASIGARI

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Il trova sigari non esercita soltanto questo mestiere; ne ha
altri sei o sette dello stesso calibro, che fa seguire secondo
le ore del giorno.
Esso è successivamente portatore di commestibili e delle
provvigioni fatte dai cuochi; banditori e venditore delle
canzoncine che ad un soldo spacciano ai napoletani, il che è l'alunnato
necessario in ogni specie di professione, e col quale egli
aspira un giorno ad elevarsi all'ambita dignità di saponaro.
Egli molte volte per procurarsi un mezzo sigaro segue per molta
strada chi lo sta fumando nella attesa che questi lo lasci
cadere. |
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L'ARROTINO 
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L'apparenza inganna, e l'abito non fa il monaco, se per caso pensaste
che quella macchina dell'arrotino fosse poca cosa, come sembra, quel
grido prolungato, ammola-forbici non fosse che una voce volgare,
v'ingannereste.
Che studio, che meditazione, che sapienza in quell'uomo con la sua
modesta macchina!
Esaminiamo la macchina del nostro arrotino.
Viene su dal centro un legno, a questo è attaccata una secchia di
latta, mezza logora e sudicia, di forma circa di una fiaschetta, nel
collo si introduce l'acqua, la quale cade giù, goccia a goccia,
sull'orlo della ruota di pietra, per via di un tubicino che parte dal
mezzo della secchia, frenata da un fil di ferro.
Passa per il centro della ruota di pietra, collocata tra due aste
principali verticali, un asse rotonda di ferro, mossa da una vicina
carrucoletta, su cui si avvolge un cordicella, legata alla grande
ruota di legno.
Un'assicella sull'estremità dritta della macchina è mossa da una
grossa puleggia, che termina ad un ferro, presso a poco a forma di
girella, il quale fa volgere l'asse della ruota.
Così l'arrotino, agitando col piede questa assicella, gira la ruota
principale, e con essa, in conseguenza, la carrucoletta e la ruota di
pietra. |
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LATESSITRICE

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GLI ZAMPOGNARI

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 IL
CONCIATEGAMI

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SCORCIO
DI VIA S.LUCIA
FOTO D'EPOCA

L'OSTRICARO - LA VENDITRICE DI SPIGHE - IL VENDITORE DI POLPI -
L'ACQUAIOLA
Il banco dell'ostricaro anche essendo una rozza panca sormontata da mille
sportelle di frutti di mare ti colpisce per il suo odore di alga marina e
quel che è peggio ti fa venire l'acquolina in bocca.
La vera poesia è una gocciolante sportella di ostriche, di angine,
cannolicchi, vongole, ecc. mangiate saporitamente a Santa Lucia con un
chiaro di luna che ti bea, o anche alla fioca luce di un lume di una rozza
lucerna di creta.
Gli ostricari, seduti patriarcalmente, ciascuno a fianco della sua piccola
bottega ambulante, con un coltellaccio nelle mani pronto a spaccare quante
dozzine di ostriche o di angine vi piace, essi invitano il passante a
sedersi e gustare le primizie del Fusaro. Come resistere alla lusinghiera
vista di quelle cento sportelle messe li in bell'ordine, allo spettacolo
attraente di quei frutti golosi, non c'è via di mezzo - se avete la forza
di guardare con indifferenza il primo, ecco il secondo che vi invita -
resistete al secondo, v'incalza il terzo - l'odore inebriante dell'alga
marina vi attrae; non c'è forza che valga - bisogna sedersi e mangiare.
E quanto siete ben sazio - l'ostricaro vi mormora all'orecchio - Signurì
v'aggio servito a dovere, allicurdateve de Mucchietiello!
Egli è un caporione del quartiere di Santa Lucia, e spesso fa da giudice
di pace nei frequenti litigi che nascono tra i suoi vicini pescatori o
marinai
Dalle panche allineate degli ostricari si passa a quella del venditore di
fichi d'india, poi alla caldaia della venditrice di spighe la quale senza
mai posare il ventaglio con il quale soffia l'inestinguibile fuoco della
sua caldaia.
Ella è una tarchiata e grossa popolana che ogni due minuti reclamizza le
sue pannocchie di granturco gridando pollanchelle tennere.
Allato alla venditrice di spighe sorge un'altra colossale pignatta è
quella dei purpetielli (polpi), cibo tenuto pure in grandissima stima
dalla minuta plebe, e di non facile digestione - ciò però non toglie che
anche alla mensa dei ricchi il polipo non occupi un posto onorevole - La
differenza sta nel modo di mangiarlo - I popolani lo tirano fuori dalla
pignatta, lo affettano e lo mangiano con un po' di sale - i ricchi invece
lo condiscono con olio e succo di limone.
Ma la vera morte del polipo è nell'acqua bollente.
Per far si che il polipo acquisti maggior sapore, si usa farlo cuocerlo
con la stessa acqua che da esso emana.
Infatti l'antico detto napoletano dice: "fare cocere a uno co l'acqua soja
stessa" che vuol dire far correggere chicchessia dé suoi difetti a proprie
spese.
Poi ci sono varie venditrici di acqua sulfuria con i loro banchetti ornati
di limoni, aranci e vari tipi di frasche generalmente sono delle
bellissime luciane che invitano i passanti a bere, una volta che un
avventore si è fermato da una di loro dovrà dissetarsi sempre dalla stessa
altrimenti per lei sarà un affronto e mai nessuna delle altre acquaiole
invoglierà quel cliente a cambiare banchetto.
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LO
SCRIVANO

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All'ombra del portico che decora l'ingresso di alcuni dei nostri
teatri, la dove la spessezza dei pilastri offre riparo dal vento e
dalla pioggia pochi uomini di sparuto aspetto e con abiti gretti e
cenciosi siedono davanti un vecchio tavolo, che contiene qualche
foglio di carta, uno sporco calamaio ed un piccolo peso che impedisce
alle poche carte di volare via al soffiare del vento.
Questi uomini molto pazienti si rendono gli interpreti degli affetti,
le ire e le passioni degli analfabeti.
Il suo stile nello scrivere è molto semplice, ama la brevità, non
cerca mai modi eleganti per manifestare ciò che pensa il suo vicino,
egli è chiaro ed originale.
Lo scrivano ha pure la sua tariffa col prezzo dei suoi lavori,
cominciando dalla supplica in carta semplice fino al volume di cento
pagine, lo scritto alla spagnuola è il vero culmine della sua arte.
Lo scrivano è l'interprete di tante passioni, è il depositario dei
palpiti altrui, delle amarezze delle giovani fanciulle povere e
onorate che per mancanza di istruzione debbono molte volte arrossire
raccontando i propri segreti. |
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E una donna più o meno giovane o vecchia, che con un fascio di sala
sotto il braccio legato nel mezzo a una dozzina di traverse (spruoccoli)
si ferma ad ogni cantone o crocevia e grida 'mpagliasegge?
Tutto il suo capitale consiste in quello che ha sotto braccio, tutti i
suoi utensili consistono in un coltellaccio e una stecca .
La poverina non ha una bottega: quando voi la chiamate per restaurare
le vostre sedie sdrucite di casa vostra, ella getta per terra il suo
fardello, si sdraia accanto ad esso, sull'uscio di casa vostra, o nel
cortile, o in mezzo alla strada, e tosto procede alla sua operazione
senza bisogna di assistenti.
Con due o tre tagli del suo coltellino taglia in un attimo l'antica
paglia, e comincia il lavoro di restauro.
La povera ossatura della sedia è da lei rivoltata in tutti i versi, la
sala intrecciata artificiosamente a guisa di corda a più trefoli, e in
poco d'ora l'opera ferve ed avanza, ora raggiustando colla stecca, ora
con esse mettendo il ripieno nelle viscere dell'impagliatura se la
sedia ha bisogno di qualche traversa, alla spalliera o alle gambe,
l'impagliatrice ve le mette, e spesso lo zoccolo le serve di martello.
Finito il lavoro , lo presenta a chi glielo ha commesso, ne accetta il
compenso, raccoglie gli avanzi della sua roba, e ricomincia il suo
cammino intonando la sua cantilena : 'mpa-glia-segge! |
L'IMPAGLIASEDIE

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IL
LUSTRASCARPE

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Il pulizza stivali con la sua cassetta che contiene tutti gli attrezzi
per il suo mestiere che consistono in vari tipi di spazzole, del
lucido, e anelina nera e marrone.
Il suo posto è quasi sempre vicino ad un caffè dove ci sono la maggior
parte dei sui clienti, quasi sempre sono in due che con le loro
cassette si dividono gli avventori.
Iniziano la loro attività verso le sette del mattino e restano fino
alle otto di sera, e quando uno si allontana per potersi mangiare qual
cosa l'altro resta sul posto e custodisce la cassetta dell'altro,
molte volte si uniscono e alla sera si dividono il misero guadagno che
hanno fatto durante il giorno.
Quando il pulizza stivali si accinge all'opera, egli si impadronisce
del vostro piede , lo pone sullo zoccolo di legno rialzato sulla sua
cassetta, prima lo accarezza e ne toglie il fango e la polvere, lo
unge con un poco della sua mistura, e poi si pone al lavoro dello
strofino.
Terminato di pulire un piede, egli da un colpo di spazzola sulla
cassetta, e vi comanda così tacitamente di adagiare sullo zoccolo
l'altro piede per procedere alla somigliante operazione.
Lui invita i passanti dicendo pulizzamm pulimm; ma nelle giornate di
pioggia egli guarda malinconica le scarpe dei passanti senza dare il
suo invito ,rendendosi conto che sarebbe inutile |
IL
LUSTRASCARPE

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L'ACQUAVITAIO

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BALLATA POPOLARE
(LA TATANTELLA)

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IL PULCINELLA 
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LA CAPERA
La capera è una giovinetta popolana, per lo più nubile e aggraziata,
giacchè la giovinezza e la bellezza sono pregiudizi a favore del
gusto.
E una capèra senza gusto è come un poeta senza estro o un romanziere
senza immaginazione.
La capera quasi sempre si chiama Luisella, Giovannina, Carmela, ella
veste sempre con molta ricercatezza, ma in particolare il suo capo
deve essere una specie di mostra, di campione, di modello non per le
donne popolane ma per quelle di civil condizione.
Il compenso che riceve la capera varia a seconda della qualità e
condizione delle sue clienti ella riceve da tre carlini fino a trenta
carlini o tre piastre al mese.
Qualche capera si vede già per le vie della città con cappellino,
guanti e ombrellino.
Ella si riconosce tra un crocchio di giovani donne.
Eccola, è la più alta, la più svelta, la più elegante, il suo capo è
il meglio acconciato, i suoi vestiti i più eleganti i suoi piedi i
meglio calzati.
Ella parla sempre, conosce i fatti di tutti, ed è specializzata in
materie amorose.
La capera è l'amica più confidente delle donne che hanno varcato i
trent'anni, ed il motivo è chiarissimo.
A questa età cominciano ad insinuarsi nelle chiome annunzi
dell'autunno della vita.
Ogni anno che la capèra fà sparire dall'atto di nascita (ringiovanire)
delle sue clienti ne guadagna in prestigio.
Il suo genio consiste nel saper nascondere i difetti che l'età adduce
sulle loro teste.
Qui un gruppetto di fili d'argento che ella fa sparire, o un
trucioletto ribelle che ella deve mettere a posto.
La capera provvede a tutto, qua impinza, là toglie, là imbruna, giù
allustra, là gonfia, qui sgonfia, le sue mani fanno prodigio; e dieci
quindici anni spariscono sotto le sue dita. |
IL PIZZAIUOLO
La bottega del pizzaiolo si compone di un banco su cui si manipolano
le pizze, sormontato da una specie di scaffale ove sono in mostra i
commestibili, e ingombro di vasi contenenti sale, formaggio
grattugiato, origano , pezzetti di aglio ecc.
Le pizze più ordinarie, dette con l'aglio e l'oglio, hanno per
condimento l'olio, e sopra vi si sparge, oltre al sale, l'origano e
spicchi d'aglio trinciati minutamente, chiamata anche Marenara
Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite con strutto, e
allora vi si pone sopra qualche foglia di basilico.
Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, a pizza c'alici; alle
seconde delle sottili fette di mozzarella, pizza margherite.
Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi
calzone.
Molte pizzerie hanno dei giovani che vanno girando per i mercati e per
gli artigiani con un recipiente di rame che portano sulla testa.
Reclamizzano il loro prodotto con quelle voci che si sentono da quasi
tutti i venditori ambulanti per richiamare gli avventori, una di
questa è "A signorina mia pure lle piaceve o pesciolino dint'ha
pummarola bella pasta!" |
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IL FRANFELLICCARO
Il vecchio franfelliccaro che girava per le strade con una piccola
spasa rettangolare con quei pezzetti giallognoli di miele consolidato
attraverso un processo tutto particolare.
Poi la spasa fu sostituita con un leggero tavolino portatile, sul
quale il venditore trasporta la sua merce per tutte le strade della
città, poggiandolo in terra o all'avvicinarsi di un compratore o nelle
piazze più spaziose invogliando a comprare la sua merce al grido
zucchere janche (zucchero bianco) e mele. |
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LO SPAZZATURAIO

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IL CIABATTINO 
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IL VENDITORE DI ROBE VECCHIE 
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IL CENCIAIUOLO (ò sapunaro)
Non vi è strada remota o principale che sia, nella quale il
cenciaiuolo non faccia udire la sua voce rauca e stanca pronunciando
a gran voce la parola sapone.
I ragazzi del popolo, i furbi monelli gli corrono dietro offrendogli
chi un lembo di grembiule, chi un canavaccio di mille colori, chi
uno straccio di pezza; e tutti vogliono i lupini, le carrubbe e i
pastorelli, cioè bambocci di creta che si pongono a Natale su i
presepi.
Il cenciaiulo ha molte difficoltà nel contenere la foga di questi
ragazzi che non sono mai contenti di quello che ricevono e
pretendono sempre di più.
Le donne poi gli offrono cenci più sani e domandano in compenso un
buon cartoccio di sapone o dei cucchiai o altri oggetti di stagno
per la cucina.
Il cenciaiuolo è flemmatico e poco espansivo, non sempre è garbato
con le donne anche se qualche volta non manca di galanteria
stringendo la mano a qualche bella lavandaia nel porgerle il
cartoccio di sapone.
Egli non bada né al colore né alla finezza dei tessuti che stiva
nella sua cesta.
Tutti quelli che si avvicinano a lui nel barattare le loro pezze, in
maggioranza restano contenti di quanto ricevuto in cambio.
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LA LAVANDAIA
La lavandaia c'è quella che va per le case dei suoi avventori per
prendere o riconsegnare i panni.
Poi c'è la maestra che è quasi volessimo dire l'imprenditrice, la
padrona dello stabilimento, la quale ha cura di scegliere le varie
raccolte di panni, e di segnalare con un metodo tutto proprio.
Ella paga le sue subalterne, o dà loro il tanto per cento
sull'utile.
E' la lavandaia-impresaria.
La fanciulla che porta sul capo l'immenso fagotto della biancheria
sporca o pulita è la nostra lavandaia tipo.
Essa come quasi tutte le altre proviene dal Vomero e da quelle
colline domina le sue rivali, come una castellana dominava i suoi
vassalli.
Eppure essa paga un prezzo a questo posto eminente, su quel colle
come è ben noto scarseggia l'acqua, quindi le poverine sono
costrette, esse, - che sono le prime lavandaie del paese! -
all'umiliante supplizio a cercar l'acqua a questo o a quel
proprietario, e, quel che è più a pagarla un tanto al mastello.
Ma non per questo elle desiste: là il tinello è ereditario come il
cognome: dalla bisnonna alla pronipote le lavandaie di lassù furono
tali, salvo qualche caso di matrimonio eccezionale.
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